VISITA A “CENTRO DI RICERCHE TARTARUGHE MARINE”

Nella mattina del 18 Aprile abbiamo fatto una visita di studio in un centro di recupero per tartarughe, un ramo della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, dove Sandra e Gianluca, due dottori in conservazione marina, ci aspettavano. Il posto in sé contiene un’enorme energia: primo, era un macello comunale, poi è stato usato per molti altri e alla fine  è stato adattato per essere un ospedale di tartarughe.

All’interno abbiamo trovato ciò che per noi  è difficile guardare: intorno a 20 tartarughe Caretta caretta  che sono state danneggiate principalmente per attività antropogenica. Sandra ci ha raccontato la storia di ognuna di loro. La maggioranza è stata catturata accidentalmente dalle reti da pesca, alcune sono state danneggiate da colpi da barche, e altre sono state viste a galleggiare in modo anomalo. In conclusione tutte hanno differenti danni nei loro corpi: dallo stress acuto alle pinne perse, carapaci rotti, graffi e tagli sulla pelle.

Nonostante tutto ciò, queste tartarughe sono state fortunate. Perché? In primo luogo perché non erano morte quando i pescatori le hanno catturate. In secondo luogo, i pescatori hanno contattato il parco marino invece di rilasciarle nuovamente. Molte volte non lo fanno principalmente per due motivi: gli fanno perdere tempo  e anche può mettere alcuni pescatori in pericolo dal momento che potrebbero essere fuori delle zone di pesca consentite, potendo avere problemi con la guardia costiera. Detto questo, solo 10% dei pescatori della zona collaborano con noi. Inoltre, circa 50% delle tartarughe trovate hanno plastica nei loro sistemi digestivi. il centro conta una media di 120 tartarughe all’anno che si trovano annualmente sulle rive della Campania, metà delle quali morte.

Poiché la cattura secondaria è la principale minaccia seguita dall’ingestione di plastica, descriviamo qui i quattro tipi di pesca in rete e gli impatti che hanno sulle popolazioni di tartarughe:

  • Pesca a strascico, che intrappola circa 10.600 tartarughe/anno in Italia e 39.000 nel Mediterraneo e ha una mortalità del 20%;
  • La pesca pelagica, che cattura circa 12.300 tartarughe /anno in Italia e 57.000 nel Mediterraneo e ha un tasso di mortalità del 30%;
  • Pesca con palangari permanenti, che intrappola circa 700 tartarughe /anno in Italia e 13000 nel Mediterraneo e ha una mortalità del 40%;
  • Gillnetting, che intrappola circa 500 tartarughe / anno in Italia e 23.000 nel Mediterraneo e ha una mortalità del 60%.

Sfortunatamente, la maggior parte delle ferite causano danni permanenti. Alcune influenzano la loro abilità di nuoto, la perdita di una pinna frontale per un maschio  non gli permette di bloccare il carapace della femmina e fa impossibile la riproduzione. D’altra parte, una femina senza una pinna posteriore limita la loro capacità di nascondere le uova al momento della nidificazione.
Avere il loro carapace rotto nella maggior parte dei casi influenzerà il loro galleggiamento e l’equilibrio, avendo molte volte la necessità di attaccare ai loro corpi diversi pesi di piombo per regolarlo.

In breve, tutte queste ferite compromettono tutti loro sensi e locomozione, quindi compromettono loro alimentazione, nuoto, accoppiamento, evasione e capacità di proteggersi, riducendo complessivamente loro forma fisica e rendendole più fragile e vulnerabile.  

Questo non è uno scherzo, neanche un argomento leggero. Su milla uova, solamente uno darà una tartaruga adulta. Le tartarughe sono qua dal tempo dei dinosauri, e hanno riuscito a sopravvivere dell’estinzione. Adesso, nostra infinita richiesta delle risorse marine le mette in pericolo come sono mai state prima. Per questo, il lavoro di persone come sandra and Gianluca, come noi, e centri come la SZN sono cruciali.

Ciò nonostante, ci sono tre esito quando le tartarughe arrivano alla stazione:

  1. Sono rilasciate nella natura, che è il meglio esito possibile;
  2. Rimangono in cattività, che di sicuro non è il meglio per loro, perché significa che non possono sopravvivere allo stato naturale e bisogna che una struttura zoologica o marina se ne occupi in un periodo lungo;
  3. Se la seconda opzione non è possibile, non c’è altra alternativa che di fare una eutanazione, che è il peggior esito.

Purtroppo, mantenere queste strutture è costoso, anche i disastri effetti della nostra richiesta delle risorse marine. Comunque, combattiamo e siamo fiduciosi che nostri impegni faranno una differenza, e condividerli potrebbe dare luce sulle innumerevole lotte per l’ambiente marino.

È tempo per ognuno di noi di essere consapevole e di preoccuparsi di questo sistema vivente, che è la Terra, come una parte di noi della stessa maniera che siamo da sempre parte di lei. Consumare meno prodotti del mare e avere abitudine ecologiche è la chiave ma anche un’urgenza come mai prima.